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P. Alfonso Panozzo (18/1/1913-10/6/2001)


Tresche Conca (VI) 18 Gennaio 1913

Oderzo (TV) 10 giugno 2001



Tommaso nel Vangelo, chiede a Gesù: "Come possiamo conoscere la via?".

Già, come possiamo?

Certo la Parola di Dio è un ottimo faro, ma, appunto, sembra più essere la luce che illu­mina i nostri passi che il sentiero da percorrere per arrivare dove il Signore ci vuole: "Venite, benedetti dal Padre mio", "davanti al trono e davanti all'Agnello, avvolti in vesti candide, per prestargli servizio giorno e notte, con la tenda del Signore stesa sopra davan­ti. Non avremo più fame, né sete, perché l'Agnello sarà il nostro pastore e ci guiderà alle fonti delle acque della vita" Ap 7, 9-1°. 15-17.

Proprio questa difficoltà espressa da Tommaso: mi porta a chiedermi: "Quale è stata la strada scelta da d. Alfonso per raggiungere il suo posto nella casa del Padre"?

Per capire l'impegno profuso a percorrerla e farne stimolo per il nostro cammino.

Nel salmo 30 troviamo scritto: "Si consuma nel dolore la mia vita, i miei anni passano nel gemito, inaridisce per la pena il mio dolore, si dissolvono le mie ossa". E mi viene spontaneo applicare queste righe alla vita di d. Alfonso. Una vita interiormente, ed este­riormente macerata.

La sua sbalorditiva, ma anche tormentata sensibilità artistica gli faceva leggere la real­tà in modo "simbolico", segno cioè di verità più profonde... I colori, che spesso impasta­va lui stesso, non soddisfatto delle tonalità in commercio, vivevano di vita propria, per dare vita e senso a ciò che raffigurava: un volto, una natura morta, uno scorcio paesaggi­stico dovevano avere un'anima, anche se erano solo tele! E così dietro la tonalità di un colore, cercata talvolta con sofferenza, nascondeva, quasi in filigrana, un messaggio, e lo cercava questo messaggio anche nelle opere degli altri artisti. Un quadro, una tela, un affresco, erano per lui una lavagna sulla quale era descritta la personalità stessa, l'umore, la spiritualità dell'autore. Bastava saper leggere, e lui sapeva farlo, e cercava di insegnar­lo anche a noi, suoi distratti alunni.

Sì, perché una volta ottenuto il diploma di Maestro d'Arte presso l'Istituto superiore d'Arte di Venezia (1943), tutta la sua vita è stata dedita all'insegnamento, in modo appas­sionato e per questo anche esigente. Ed era la insensibilità e la superficialità dei suoi alunni che lo spiazzavano, lo rendevano pessimista nei confronti del futuro: come si fa a non entusiasmarci di fronte alle meraviglie dell'arte? Che mondo avremo se non si saprà più apprezzare la bellezza? Una bellezza che lui cercava di scoprire e che coltivava anche nelle anime; e l'aveva scoperta, questa bellezza, nell'anima grande del suo maestro di vita, d. Vercellono, e l'aveva coltivata nel suo discepolo prediletto, Gigi Malaspina, morto trop­po prematuramente.

Il creato era per lui la più stupenda opera d'arte, purtroppo deturpata dalla mano catti­va dell'uomo insipiente. Ecco la sua chiave di lettura dei segni dei tempi: la realtà, una magnifica opera d'arte rovinata dall'uomo in balìa del maligno. E allora scuoteva la testa sconsolato.

Tutta la vita di d. Alfonso si svolge praticamente ad Oderzo, al Collegio Brandolini. Dal 1936-37 al giorno della morte, fatta salva la parentesi di un anno scolastico in cui i superiori lo avevano destinato a Montecchio Maggiore (1949-50).

Era entrato in congregazione con la prima professione emessa Vigone (TO) nel 1934. Aveva poi fatto la professione perpetua a Oderzo nel 1940 e nel 1941 (il 7 luglio) a Treviso per mano di Mons. Mantiero era stato ordinato sacerdote.

Da allora la sua vita si dipana tra la cattedra (assistente e insegnante) e il suo laborato­rio di pittura, con sempre più prolungati passaggi per la cappella del Crocifisso, la cap­pella madre delle tante altre sparse allora per il Collegio,

Tormentato sempre da una salute cagionevole, venne colpito, anche se in età avanzata, da una malattia agli occhi che gli impedì anche la sua amata pittura, il suo unico sollievo.

Di lì, mi sembra di poter dire, cominciò il suo definitivo declino. Vedendo indistinta­mente le cose del mondo, si addentrò sempre più nelle cose di Dio, anche se un po' a modo suo, sino a fare esistenzialmente suo il versetto del salmo: " L'anima ha sete del Dio viven­te". Questa "sete" gli ha gradualmente fatto perdere il desiderio di questa vita terrena, per anelare al posto preparatogli dal Signore.

Vorrei concludere con una bella riflessione del card. Newman, che ben si addice, mi pare, alla vita del P. Alfonso, ma anche alla vita di ciascuno di noi, e con una preghiera ricavata dai salmi.

"lo sono creato per agire e per essere qualcuno per cui nessun altro è creato.

Io occupo un posto mio nei consigli di Dio, nel mondo di Dìo: un posto da nessun altro occupato. Poco importa che io sia ricco, povero, disprezzato o stimato dagli uomini: Dio mi conosce e mi chiama per nome. Egli mi ha affidato un lavoro che non ha affidato a nes­sun altro. Io ho la mia missione. In qualche modo sono necessario ai suoi intenti, tanto necessario al posto mio quanto un arcangelo al suo. Egli non ha creato me inutilmente. Io farò del bene, farà il suo lavoro. Sarò un angelo di pace, un predicatore della verità nel posto che Egli mi ha assegnato anche senza che io lo sappia purché io segua i suoi coman­damenti e lo serva nella mia vocazione ".

E allora ecco la preghiera che con d. Alfonso vorrei che facessimo per tutti noi:

"Manda la tua verità e la tua luce, o Signore: siano esse a guidarmi, mi portino al tuo santo monte e alle tue dimore, al Dio della mia gioia e del mio giubilo ".

Quella gioia e quel giubilo che ora P. Alfonso sta vivendo in Dio.

p. Ferruccio Cavaggioni
superiore provincia veneta


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