Grazie p. Tullio, per aver accolto la nostra intervista. Ci può fare un po’ di storia della Provincia Italiana?
La Provincia Italiana “Santa Famiglia di Nazareth” è l’ultima nata delle province nella Congregazione dei Giuseppini del Murialdo, perché essa nasce ufficialmente il 2 agosto 2006 con la nomina del consiglio provinciale e secondo una nuova definizione geografica. Infatti in Italia dal 1935 esistevano tre province religiose (Piemontese, Veneta, Romana), che a partire dagli anni ottanta si aprirono a nuovi orizzonti con presenze in Africa (Guinea Bissau, Sierra Leone, Ghana) e verso l’Est dell’Europa (Romania ed Albania). Oggi la Provincia Italiana è formata dai confratelli e dalle comunità ed opere che sono in Italia, Romania ed Albania. Detta questa novità, non si può tacere che le radici sono antiche: qui è nata la congregazione, da qui sono partiti i primi missionari per l’Africa e per l’America.
L’unità e la comunione della Provincia è un cammino in atto da sostenere e fondare nei cuori e nelle menti, perché diventi una mentalità condivisa e messa in opera.
Possiamo dire che oltre ad essere una “provincia nuova” con radici antiche è anche una “provincia anziana” con prospettive nuove?
Nella realtà e nell’immaginario di congregazione, la Provincia Italiana è quella più “anziana”. Attualmente i numeri parlano di 209 confratelli con una media di età di 69 anni. Il più anziano dei confratelli ha 95 anni e il più giovane 25: lo scarso numero di giovani che entrano in congregazione non basta a sostituire i confratelli che si ritirano dal lavoro diretto per anzianità e per malattia.
A fronte di tale situazione, la Provincia Italiana da tempo si sta interrogando su come rispondere alla esigenze che richiedono la continuità delle opere, la vita comunitaria, la presenza significativa in un territorio. Negli ultimi giorni dell’anno 2011 il capitolo provinciale ha confermato e rilanciato alcune convinzioni maturate in questi anni.
“La nostra identità di consacrati nella relazione con i laici… per i giovani”: è una delle frasi del documento finale del capitolo provinciale?
Sì, il capitolo ha preso atto di quanto ci sta chiedendo questo tempo in cui viviamo: la nostra identità di consacrati nella relazione. Ci sentiamo impegnati a dialogare con la Chiesa, con il mondo, con il territorio e siamo contenti di essere testimoni ed eredi di un carisma che nel suo DNA spinge alla relazione in uno scambio continuo di dare e ricevere. Mi pare che abbiamo maturato uno stile capace di mettersi in ascolto, di condividere, di collaborare. Siamo sempre più convinti che la Vita Consacrata è significativa nella misura in cui è incarnata ed in dialogo con la realtà che la circonda.
Con i laici. In questi ultimi anni, nelle varie attività della provincia, sono aumentati i laici che hanno assunto delle responsabilità; così è avvenuto nell’ENGIM, nella scuola, nell’accoglienza, nell’oratorio… Da tempo si parla e si agisce in termini di condivisione, di corresponsabilità, di reciprocità tra religiosi e laici; i consigli dell’Opera ne sono un esempio. Una scelta che va colta nel suo senso globale: carismatico ed ecclesiale, organizzativo e spirituale, di singole comunità ed opere e nell’insieme della Provincia. Da alcuni anni stiamo puntando sulla “comunità murialdina”: laici e religiosi in relazione tra di loro per essere insieme educatori dei giovani.
Per i giovani. Le attività della provincia sono molteplici: scuole, oratori, formazione professionale, parrocchie, case famiglia, centri diurni, centri aperti, ed altro ancora. Le nostre presenze in Romania ed Albania esprimono la dimensione missionaria della provincia in territori dove sono molti i giovani che chiedono un aiuto in campo educativo e professionale. Con la Chiesa italiana abbiamo colto la sfida dell’emergenza educativa che chiama in campo direttamente il nostro carisma. Certo non manca la fatica di stare con i giovani, di essere propositivi, di mettere in atto la nuova evangelizzazione.
Qualche sogno?
In questi anni alcuni giovani sono entrati a far parte della nostra famiglia religiosa; è bello sognare che, se ci impegniamo di più nella pastorale vocazionale, forse ne arrivano altri.
La Famiglia del Murialdo è una bella realtà, è un grande dono dello Spirito; sogniamo che essa possa essere sempre più vera non solo per l’operare, ma anche per la condivisione di vita, di preghiera, di comunione nelle comunità.
Tutti abbiamo poco tempo, ma sentiamo il bisogno di dare più spazio ai cammini di formazione, ai tempi di dialogo, di ascolto, di stare insieme.
Abbiamo il sogno di non smettere di… sognare; sarebbe tarpare le ali per non volare e chiudersi allo Spirito per una continua opera di rinnovamento.
a cura della redazione
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