“Educatoreottimo”! Questo è San Giuseppe per noi della Famiglia del Murialdo. Ma come è possibile, se di lui non abbiamo neanche una parola?! Il Murialdo lo definisce: “Personaggio semplice, tranquillo, silenzioso, soprattutto oscuro, mai una parola nel Vangelo: Maria gli presta la voce: <Ecco, tuo padre ed io, angosciati, ti cercavamo> [Lc. 2, 48]; sparisce dalla terra, senza si sappia come e quando; vi si dice che era falegname, poi non se ne parla più” [Mss. 4, 236]. Ma già proprio per questo meriterebbe l’appellativo di “educatore ottimo”: non parla, fa, custodisce, protegge, provvede alla sua… strana famiglia! Che bello, noi, educatori, un po’ strani, di una … strana famiglia, averlo come modello!
Proprio così, l’educatore Giuseppe lo si riconosce da quello che fa e come lo fa.
Innanzitutto ci aiuta qualche nota di psicologia. Per conoscere Giuseppe guardiamo il figlio, che non è suo figlio di sangue, ma ben integrato nella sua personalità. Giuseppe appare un modello di chiara identificazione maschile per Gesù, di paternità, di modalità nel relazionarsi agli altri: a Dio, alla moglie, al mondo e alla cultura del suo popolo. Non si può proprio dire che nella famiglia di Nazaret ci fosse crisi di paternità!
È un “giusto”: non può dire davanti alla legge mosaica “è mio figlio”, ma è ben cosciente dello spazio che è chiamato ad occupare in tutta la faccenda che lo coinvolge: la legge, l’amore per la sua donna, lo spazio allo Spirito di amore e libertà.
In lui quindi sono forti i sistemimotivazionali di esplorazione, di attaccamento e accudimento, di capacità di sacrificio. È coraggioso nell’affrontare la novità, il cambiamento di vita; nell’andare contro le fredde norme. È attaccato ed accudente nel difendere la propria donna ed il figlio. È capace di trasformare la sua sessualità come bisogno di generare in amore oblativo.
Veramente costituisce per Gesù una basesicura: è capace di accudimento costante e coerente, ma senza bloccarne l’esplorazione del mondo [cfr. Gesù dodicenne che rimane da solo a Gerusalemme].
Le parole che ascolta sono sempre indicazione di azioni da fare, sempre difficili, decisive per il figlio. È veramente obbediente, affidabile, operativo, deciso, pratico: non si perde in chiacchiere, agisce in linea con il progetto e basta.
Così trasmette a suo figlio l’appartenenza alla storia; lo inserisce tra i cittadini del mondo; lo introduce alla Alleanza; gli dà il nome, che indica vocazione e missione; lo presenta al Padre e lo introduce nella Sua casa, il tempio; lo protegge dalle violenze; provvede al suo mantenimento; gli insegna un mestiere; lo educa alla preghiera, alla conoscenza della vita e del mondo.
Paolo VI in una sua riflessione afferma che le caratteristiche di S. Giuseppe sono: “Aver fatto della sua vita un servizio, un sacrificio, al mistero dell’incarnazione e alla missione di Gesù; aver usato l’autorità legale (…) per fargli dono totale di sé, della vita, del suo lavoro; aver convertito la sua umana vocazione all’amore domestico nella sovraumana oblazione disé, del suo cuore e d’ogni sua capacità, nell’amore posto a servizio del Messia germinato nella sua casa”.
Come non notare la, direi perfetta consonanza [almeno così dovrebbe essere] tra il nostro servizio a favore dei… “figli nostri” non nostri e quello di Giuseppe?! Essere una base sicura per figli forzati violentemente ad esplorare la realtà circostante senza una presenza accudente, cui aggrapparsi per avere un po’ di calore umano; costretti a sviluppare una aggressività primitiva o una sottomissione umiliante; smarriti nella loro identità con un nome che non è vocazione e missione, ma marchio emarginante! Chiamati a proteggerli, e-ducarli [tirarli fuori] da un vissuto non loro e riportarli nel mondo delle relazioni umane di amore!
Veramente la storia di Giuseppe è paradigma della storia che siamo chiamati a vivere in questi nostri anni in questo lavoro-vocazione-missione. Siamo davanti ad un percorso, un progetto educativo essenziale per chi è chiamato a camminare vicino e con i ragazzi. È per noi veramente l’ “educatore ottimo”. Vivere su di noi la… “passione” di questi figli, come Giuseppe.