Si parla di “presunto” miracolo perché la guarigione che presentiamo, per essere ritenuta un vero e proprio miracolo, ha bisogno del pronunciamento di una commissione di periti medici, della discussione di un congresso speciale di teologi, di una congregazione di cardinali e vescovi. I pareri sono riferiti al Papa, al quale unicamente compete il pronunciamento finale, in particolare decretare il culto pubblico da prestare a un servo di Dio.
Nel “mondo moderno” non c’è molto spazio per il “miracoloso”. Ma l’esperienza cristiana ha anche il suo mondo di relazioni, di comportamenti, soprattutto ha l’esperienza biblica cui accedere, in particolare i due grandi eventi della Pasqua del Signore e della Pentecoste. Nel racconto che segue entrano in azione più soggetti, ma dominante è la fede semplice che si affida alla preghiera e alla bontà del Padre che sta nei cieli, invocando l’intercessione del p. Giovanni Schiavo.
L’episodio è accaduto in Brasile, a Caxias do Sul. La persona guarita è un simpatico signore, Jovelino Cara, vivace, fiducioso nel Signore, ben disposto verso quanti gli si avvicinano.
Il fatto è narrato, brevemente, nel libro che raccoglie le grazie attribuite al p. Giovanni Schiavo: Pe. João Schiavo, humilde intercessor. Ci atteniamo a questo racconto e riassumiamo, in breve, quanto accaduto.
A seguito dell’improvvisa insorgenza di dolore acuto addominale, il Signor Juvelino Cara veniva ricoverato di urgenza all’Ospedale Saúde di Caxias do Sul. La diagnosi non consentiva incertezze: si trattava di peritonite acuta grave, confermata sia dagli esami di laboratorio sia dalle radiografie. Allestita la sala operatoria, si procedeva all’intervento chirurgico d’urgenza. Aperto l’addome, il chirurgo constatava che in effetti si trattava di Trombosi venosa mesenterica superiore acuta, con coinvolgimento di tutto l’intestino tenue. Dopo attenti accertamenti veniva presa la decisione di rinunciare all’intervento, di chiudere l’addome e di consegnare il paziente all’Unità di Terapia Intensiva per accompagnarlo alla morte certa. Il chirurgo, di persona riferiva ai parenti la situazione del loro congiunto: «Non c’è via d’uscita, c’è solo da attendere il decesso». Ma, entrato nell’Unità di Terapia Intensiva, il Signor Juvelino Cara cominciava a dare segni di ripresa, tra lo stupore generale. Nel frattempo la diagnosi veniva confermata da un ulteriore esame, l’angiografia delle arterie e delle vene spleniche. Nell’Unità di Terapia Intensiva il personale medico e paramedico continuava l’applicazione del programma di accompagnamento alla morte. Ma continuavano anche i segni di ripresa del Signor Juvelino Cara tanto che, dimesso dall’Unità di Terapia Intensiva, dopo sette giorni e mezzo dal ricovero, veniva dimesso dall’Ospedale, senza problemi e senza postumi. Le visite fatte a dodici anni di distanza dall’evento, in occasione del processo sul presunto miracolo, hanno confermato, in Juvelino, uno stato di salute normale.
Viene spontaneo chiedere: come si è passati da una situazione catastrofica e insanabile, quale quella apparsa al momento dell’intervento, alla guarigione? La scienza medica, quando non ha spiegazioni da offrire, sospende il giudizio. Una spiegazione viene dalla moglie di Juvelino. Mentre il marito era in sala operatoria, Lei, dalla sua borsetta, quella piccola presa di corsa al momento del ricovero, aveva estratto l’unica immagine che vi era contenuta, l’immagine del p. Giovanni Schiavo, e andava ripetendo: P. Giovanni, tu devi guarire mio marito, tu mi devi aiutare, tu lo riporterai a casa… E stringeva forte l’immagine, fino a ridurla in bricciole. A lei si univano i famigliari, in una comune intensa preghiera.
Questi i fatti. Occorre attendere il parere della Congregazione dei Santi per sapere se la guarigione sia scientificamente inspiegabile e se si tratti di “miracolo”.