Tra emergenze e opportunità.
Aiuto! Aiuto, siamo in emergenza! Questo è un SOS. Quante volte lo abbiamo udito e visto in qualche scena di film. È un appello, un messaggio che si lascia ad altri per essere aiutati e salvati in una situazione disperata, al limite. Ebbene da qualche tempo è stato lanciato un messaggio: siamo in emergenza educativa! …Evoca un allarme sociale e sta ad indicare le attuali difficoltà dell’educazione. Il termine “emergenza” però possiamo intenderlo anche nel suo significato-base e cioè l’atto dell’emergere, il processo con cui qualcosa si manifesta e mostra la sua importanza…
Per reagire alla crisi e all’emergenza educativa occorre riaprire insieme ai giovani nuove ragioni di senso… che cosa dà senso alle nostre vite? Io credo si debba rispondere con semplicità e coraggio: l’amore.”
Genoveffo Pirozzi
Educazione come relazione.
Una vera relazione educativa è offrire nel “qui” e “ora” la possibilità di un incontro interpersonale nel quale le persone possano interagire e comunicare profondamente, riconoscersi e reciprocamente esprimere questo riconoscimento, com-patire e con-gioire, e aprire nuovi spazi al futuro e alla speranza. La condivisione di vita e le relazioni da amico, fratello, padre sono il nostro modo di rispondere ai giovani poveri e abbandonati. È uno stile sempre più attuale in un tempo nel quale la povertà è sempre più povertà di relazioni e di affetto. Questa intuizione, dal cuore del Murialdo e attraverso le mani di generazioni di religiosi giuseppini e murialdine, è stata raccolta e fatta propria da educatori e volontari che si sono posti prima in un atteggiamento di ascolto, di comprensione ed ora di condivisione piena di un dono che viene dallo Spirito. Nei progetti di accoglienza l’attenzione alle relazioni, la scelta della normalità, il contesto familiare come ambiente ideale per la crescita dei ragazzi, hanno coinvolto e interpellato soprattutto laici e famiglie. È oggi un tempo nel quale ognuno, religioso o laico, può rileggere e tradurre il carisma dell’accoglienza murialdina a partire dal proprio stato e vocazione di vita.
P. Mauro Busin
Il compito urgente dell’educazione.
Educare non è mai stato facile, e oggi sembra diventare sempre più difficile. Lo sanno bene i genitori, gli insegnanti, i sacerdoti e tutti coloro che hanno dirette responsabilità educative. Si parla perciò di una grande "emergenza educativa", confermata dagli insuccessi a cui troppo spesso vanno incontro i nostri sforzi per formare persone solide, capaci di collaborare con gli altri e di dare un senso alla propria vita. …Aumenta oggi la domanda di un’educazione che sia davvero tale. La chiedono i genitori, preoccupati e spesso angosciati per il futuro dei propri figli… la chiedono nel loro intimo gli stessi ragazzi e giovani, che non vogliono essere lasciati soli di fronte alle sfide della vita. Chi crede in Gesù Cristo ha poi un ulteriore e più forte motivo per non avere paura: sa infatti che Dio non ci abbandona, che il suo amore ci raggiunge là dove siamo e così come siamo, con le nostre miserie e debolezze, per offrirci una nuova possibilità di bene. Un’autentica educazione ha bisogno anzitutto di quella vicinanza e di quella fiducia che nascono dall’amore: penso a quella prima e fondamentale esperienza dell’amore che i bambini fanno, o almeno dovrebbero fare, con i loro genitori. Ma ogni vero educatore sa che per educare deve donare qualcosa di se stesso e che soltanto così può aiutare i suoi allievi a superare gli egoismi e a diventare a loro volta capaci di autentico amore. Già in un piccolo bambino c’è inoltre un grande desiderio di sapere e di capire, che si manifesta nelle sue continue domande e richieste di spiegazioni. Sarebbe dunque una ben povera educazione quella che si limitasse a dare delle nozioni e delle informazioni, ma lasciasse da parte la grande domanda riguardo alla verità, soprattutto a quella verità che può essere di guida nella vita.
Papa Benedetto XVI
Lasciarci educare, educarci, educare.
Dopo la lettura della lettera di papa Benedetto sul tema dell’emergenza educativa, balza evidente l’appello agli adulti per essere capaci di assumere la propria responsabilità di educatori. Ma questi adulti, cioè noi, siamo pronti? Forse è utile chiederci se noi per primi ci lasciamo educare, ci educhiamo, per educare.
P. Tullio Locatelli
2010-2020: educazione al primo posto.
Noi vescovi italiani abbiamo scelto l’educazione quale tema portante degli Orientamenti pastorali della Chiesa in Italia nel decennio 2010-2020 convinti che anche i più grandi valori del passato non possono essere semplicemente ereditati, vanno invece fatti nostri e rinnovati, attraverso una, spesso sofferta, scelta personale… La scelta del tema dell’educazione intercetta tutti i nodi culturali, raggiunge l’uomo in quanto tale e interagisce con la persona guardando a tutta la sua vita: vivere è educare.
CEI (Conferenza Episcopale Italiana)
Ricomporre il villaggio.
“Per educare un bambino è necessario un villaggio”, questa espressione sempre più difficilmente trova respiro in questo nostro tempo dove si vive, si cresce, si lavora, ci si diverte, si invecchia e si muore in contesti che chiamerei “tribù generazionali”: i piccoli con i piccoli, gli adolescenti con i loro pari, gli adulti con gli adulti, i vecchi con i vecchi. È finito dunque, e da tempo, il villaggio, dove le età si incrociavano normalmente e quotidianamente oltre lo stesso contesto della famiglia che ora si riduce a recuperare il tempo dello stare insieme nei fine settimana o nelle vacanze. (…) Quando mi si parla di “emergenza educativa”, non posso fare a meno di pensare che questa emergenza non investa solo l’educazione ma è parte intima dell’emergenza “globale” del mondo in cui oggi viviamo grandi e piccoli, vecchi e giovani a tutte le latitudini… Non bisogna dimenticare che l’emergenza educativa è soprattutto un’emergenza di amore, di comprensione, di accoglienza e di aiuto. E, sul villaggio si apre il cielo sconfinato: è il cielo di tutto il mondo e, al tempo stesso, tutto il cielo del nostro villaggio. Alzare la testa perché “la speranza non delude”. È stato detto per tutte le emergenze, anche per quella educativa.
P. Fidenzio Nalin
Il cuore dei giovani.
A fronte di una società apparentemente forte e tecnologicamente avanzata, che dovrebbe infondere sicurezza e fiducia verso l’altro… mi sembra di cogliere al contrario che emerge nell’esperienza giovanile l’esigenza sempre più impellente di relazioni affettive sicure e solide, calde e vicine, che denotano piuttosto uno spaesamento del cuore giovanile. La società della sicurezza in realtà sta forgiando un uomo fortemente insicuro perché “povero” di riferimenti ultimi… Nel cuore del giovane di oggi è assente l’anelito di Dio? Nel cuore dei giovani di oggi c’è spazio per Gesù Cristo?
P. Vincenzo Molinaro
L’emergenza educativa e la formazione.
La vita di oggi è una straordinaria corsa. Per arrivare alla metà occorrono capacità, passione, creatività, merito e non solo furbizia. I giovani però sono bombardati da molteplici scorciatoie! E allora a coloro che si occupano di formazione, viene chiesto di invertire la rotta con un’educazione al difficile, alla libertà ed all’autonomia… I giovani hanno bisogno di amicizia ma anche di essere ascoltati, di dialogo, di essere percepiti e valorizzati con parole e fatti ed incoraggiandoli a non accontentarsi di poco, ma ricercare i tesori più grandi della vita.
P. Antonio Lucente
I testi integrali, da cui son tratti questi brani, si possono trovare QUI DI SEGUITO:
L’educazione dei giovani tra emergenze ed opportunità
di Genoveffo Pirozzi
Aiuto! Aiuto, Siamo in Emergenza! Questo è un SOS.
Quante volte lo abbiamo udito e visto in qualche scena di film.
E’ un appello, un messaggio che si lancia ad altri per essere aiutati e salvati in una situazione disperata, al limite.
Ebbene, da qualche tempo molti studiosi, educatori ed osservatori attenti della nostra società, hanno lanciato un messaggio: SIAMO IN EMERGENZA EDUCATIVA!
L'emergenza educativa, dunque, evoca un allarme sociale e sta ad indicare, nel linguaggio comune, le attuali difficoltà dell’educazione. Il termine emergenza, però possiamo intenderlo anche nel suo suo significato-base e cioè l’atto dell’emergere, il processo con cui qualcosa si manifesta e mostra la sua importanza.
Sia nell’una che nell’altra accezione, comunque, da che cosa sia capisce che c’è una situazione grave? Da cosa emerge che il processo educativo è in crisi ed in difficoltà? Quali sono i segnali che possiamo registrare e che possono costituire una sorta di termometro dell’emergenza?
Innanzitutto è sotto gli occhi di tutti una crisi della scuola la quale sembra aver accantonato qualsiasi pretesa di essere un luogo educativo al servizio dei valori fondamentali della comunità e galleggia ormai affannosamente in un mare di incertezze navigando a vista senza una rotta precisa, né un obbiettivo sociale da raggiungere; sempre più autoreferenziale in una sorta di continuo cortocircuito con la realtà.
Una crisi analoga attanaglia anche la famiglia, lacerata da mille conflitti intestini, disorientata nel mare aperto dell’incerto futuro, minacciata nella sua stessa identità da più parti che la vogliono assimilare alle numerose ed eterogenee situazioni di convivenza sociale.
Non meno problematico sembra lo stato di salute dei gruppi, delle aggregazioni, dell’associazionismo educativo, anche di tipo ecclesiale. Sono sempre di meno i giovani che scelgono di fare e stare in gruppo per confrontarsi e crescere insieme, di aderire ad un’associazione di volontariato per dedicarsi, magari, agli altri.
Da più parti, inoltre, si registra una crisi di proposte e di risposte, un affievolimento delle relazioni tra le generazioni, un disinvestimento della società nell’impegno a favore della crescita e della promozione delle nuove generazioni.
L’educazione sta diventando oggi, a tutti i livelli un compito sempre più difficile ed il motivo non è sempre e del tutto riconducibile alla ‘deriva’ del mondo giovanile tratteggiato, spesso, dal mondo adulto come universo violento e distruttivo da un lato e come apatico, demotivato e privo di sogni dall’altro.
ALCUNE CAUSE DELL’EMERGENZA
L’emergenza educativa, dunque, proprio in quanto fenomeno sociale non riducibile semplicemente a una somma di comportamenti individuali, può essere spiegato con una molteplicità di cause. Tra queste alcune sembrano richiedere attenzione più delle altre:
Innanzitutto la realtà odierna di incertezza, che ciascuno (e ogni giovane, in particolare) avverte in sé e attorno a sé nella frammentazione e dispersione delle identità e dei rapporti familiari e intergenerazionali, nella difficoltà di pressoché tutte le istituzioni, siano esse politiche o sociali, a rispondere positivamente alle domande e aspettative che, palesemente o in modo implicito perché difficile da formulare, si originano dall’incertezza e dalla frammentazione.
Ciò che è in crisi è il senso stesso dell'uomo e delle relazioni che lo costituiscono. Abbiamo come rimosso alcune evidenze elementari quali il fatto che ognuno di noi nasce in un mondo col quale deve imparare a familiarizzare e che questa familiarizzazione ha bisogno dell'amore dei genitori, dell'impegno degli insegnanti e dell'intera comunità; la probabilità che sono proprio le persone che hanno potuto sperimentare relazioni educative soddisfacenti ad avere maggiori probabilità di sfruttare a pieno le grandi opportunità del momento storico che stiamo attraversando. In sostanza sembrano traballare alcuni presupposti antropologici fondamentali, senza i quali è difficile immaginare una vita individuale e sociale che soddisfi davvero i nostri desideri di libertà e di felicità.
Si avverte, dunque, un diffuso smarrimento di motivazioni profonde. Questo rende i giovani più incerti di fronte alle varie impegnative scelte legate alla vita personale, meno capaci di orientarsi in un contesto sociale che, va riconosciuto, si rivela essere sempre più freddo (perché non appassionante) e talvolta ostile; sempre più indeterminabile e, almeno all’apparenza, immodificabile.
E così è la stessa idea e funzione di educazione ridottasi ad una mera socializzazionee/o trasmissione tecnica di saperi.In questo modo ci siamo come dimenticati della vera posta che è in gioco nell’educazione: un ideale di umanità, un ideale antropologico, tutta una tradizione, una storia, che ci interpellano e di cui dobbiamo farci carico, ognuno con la nostra libertà. Anziché puntare su un percorso formativo della persona, ci siamo come affidati a una pedagogia che ha prodotto soltanto metodologismo, neutralità delle nozioni e dei valori insegnati, disinteresse psicologico e relativismo ideologico, ma nessuna vera formazione.
Si preferisce ricorrere alla semplificazione, al livellamento, all’annacquamento ossia ad atteggiamenti dietro i quali si nasconde una ‘condiscendenza volgare’ verso i giovani giudicati a priori incapaci di migliorarsi. Sembra insomma non esserci più posto per una vera e propria formazione , cioè per quel processo attraverso il quale, con impegno e rigore, l’individuo assimila criticamente un determinato universo di valori. “…Qualsiasi tentativo di avvicinare qualcuno a un determinato orizzonte di valori rischia oggi di venire considerato come un attentato alla sua libertà di scelta. Ma proprio se abbiamo a cuore questa libertà occorre invertire la rotta. Essa non si conquista infatti con la neutralità etica, né rinunciando alla formazione a vantaggio della semplice comunicazione di saperi”. (S. Belardinelli)
In tal senso, la società sembra aver rinunciato alla missione educativa delle sue nuove generazioni. L’educazione è il bene pubblico per eccellenza. “L’educazione è sempre pubblica, poiché è implicata e tocca l'umanità di tutte le relazioni sociali. In essane va di ciò che ci costituisce come uomini: il senso che attribuiamo alla nostra vita e alla nostra libertà, i legami con coloro che ci hanno generato biologicamente e quelli con coloro che ci hanno generato culturalmente, i legami con la nostra famiglia e quelli con la nostra comunità, con coloro che sono venuti prima e con coloro che verranno dopo” (S. Belardinelli, da Avvenire 20 settembre 2009).
Una società che non si cura dell'educazione è una società che non ha a cuore l'umanità delle sue relazioni e, in quanto tale, è destinata prima o poi a dissolversi anche come società.
SFIDE E COMPITI COME EDUCATORI
Quale educazione-formazione?
Consideriamo l’educazione “un processo umano globale e primordiale, nel quale entrano in gioco e sono determinanti soprattutto le strutture portanti –potremmo dire i fondamentali- dell’esistenza dell’uomo e della donna: quindi la relazionalità e specialmente il bisogno d’amore, la conoscenza, con l’attitudine a capire e a valutare, la libertà, che richiede anch’essa di essere fatta crescere ed educata, in un rapporto costante con la credibilità e l’autorevolezza di coloro che hanno il compito di educare. Il semplice fatto di nascere uomini implica, dunque, che abbiamo bisogno di educazione. E’ solo grazie all’educazione che diamo un senso alla nostra vita, trovando buone ragioni per amarla e per soddisfare veramente i nostri desideri di libertà e di felicità.(card. C. Ruini prefazione a: La sfida educativa, rapporto-proposta sull’educazione elaborato dal Comitato per il Progetto Culturale della Conferenza Episcopale Italiana, ed. Laterza 2009).
L’educazione-formazione è molto di più che un sapere; essa è funzione al servizio della libertà e della irripetibile unicità di ciascun individuo. Essa, riscoprendo il suo radicamento sulla tradizione cristiana e illuministica dell’Occidente, ha bisogno di tornare a essere veramente una “relazione educativa”. E tutto ciò non per rendere l’individuo un buon credente o un buon cittadino, ma semplicemente per aiutarlo a essere se stesso. Il fine dell’educazione, infatti, è quello di formare uomini veri, uomini che sappiano intraprendere la propria strada in un mondo che altri ci hanno lasciato, che possiamo anche voler cambiare, ma nel quale dobbiamo sentirci in primo luogo a casa.
Quali atteggiamenti?
Innanzitutto occorre abbandonare tutti gli atteggiamenti catastrofisti che oggi accompagnano molte riflessioni sull’educazione e sui giovani e lasciarsi mettere in discussione, come adulti, dalle loro domande e dalla loro fatica di crescere. É necessario che prendiamo coscienza che se c’è un’emergenza educativa questa riguarda prima di tutto noi adulti: essa è lo specchio dei nostri disorientamenti, delle nostre “dimissioni”, del basso profilo della nostra visione della vita. L’attuale crisi dell’educazione si affronta solo se la generazione adulta sarà disponibile a rimettersi in gioco e a rivedere il proprio progetto di vita. “Più che di emergenza educativa, sarebbe il caso di parlare di crisi dei modelli tradizionali dell’educazione. Oggi educare non ha più nulla di scontato e non può riprodurre le esperienze educative del passato. Questo cambiamento richiede che tutti coloro che hanno responsabilità educative ripensino a fondo il modo con cui riescono a mettersi in comunicazione con i più giovani, per accompagnare il processo della loro crescita in umanità, in cultura, in fede. E che lo facciano con speranza: da questo momento di crisi potranno venire non pochi guadagni: una nuova attenzione verso l’educazione, come una delle forme più tipiche dell’esercizio della responsabilità adulta e al tempo stesso come una delle esperienze in grado di rigenerare la stessa umanità degli adulti” (Paola Bignardi)
Quale presenza?
Esserci!
L’autentica educazione ha bisogno anzitutto di quella vicinanza e di quella fiducia che nascono dall'amore(Lettera del santo padre Benedetto XVI alla diocesi e alla città di Roma sul compito urgente dell’educazione, gennaio 2008). Occorre che gli adulti siano presenti nella vita dei giovani, non la guardino dall’esterno come spettatori e/o giudici. Occorre, invece, farsi loro compagni di viaggio, condividere la quotidianità per acquisirne familiarità e comprensione.
Esserci facendosi compagni di viaggio, amici e fratelli come diceva san Leonardo Murialdo.
Esserci ‘scommettendo’ sui giovani, stimandoli, avendo fiducia nelle loro potenzialità e capacità, proponendosi come mentori e promotori della loro energie positive e creative.
Esserci…insieme ad altri
Se educare è difficile, oggi nessuno può farcela da solo È finito il tempo dei battitori liberi, degli imbonitori di vario genere. Occorre che il mondo adulto, le varie agenzie educative formali ed informali instaurino nuove alleanze educative. Con pazienza e disponibilità al dialogo, occorre che famiglia, scuola, istituzioni, associazioni, si interroghino su come accompagnare insieme il cammino di crescita dei giovani e sottoscrivano ‘patti di sangue’ nel bene e per il bene dei nostri figli.
Esserci…coltivando insieme i sogni e appassionando alla Vita piena
Generazioni di giovani sono state addormentate dal principio di realtà, dall’aver ascoltato la raccomandazione di tenere i piedi per terra fatta da adulti timorosi.
Occorre, invece, coltivare sogni di speranza e di vita piena e per fare ciò bisogna darsi alcuni semplici criteri, come il sognare assieme, il distinguerli dai bisogni, il metterli in sinossi con la Parola di Dio, il non spaventarsi se in essi si delinea la croce, perché stanno diventando realtà.
Benedetto XVI, nella lettera sopra citata, afferma che alla radice della crisi dell'educazione c'è una crisi di fiducia nella vita. Ebbene, come educatori e comunità cristiane dobbiamo ritrovare la forza e la determinazione di metterci al servizio della cultura della vita. Il diritto all'educazione è sentirsi proporre con passione ragioni di vita!
‘La speranza che si rivolge a Dio non è mai speranza solo per me, è sempre anche speranza per gli altri: non ci isola, ma ci rende solidali nel bene, ci stimola ad educarci reciprocamente alla verità e all'amore’ (Lettera del santo padre Benedetto XVI alla diocesi e alla città di Roma, op.cit.)
Esserci…con proposte chiare ed appassionanti, con progetti avvincenti e maturanti
I giovani si appassionano per grandi sogni, sanno mobilitarsi per mete ardite ed avvincenti. E’ dunque il momento di fare proposte alte, significative, non annacquate e qualunquiste avanzate al solo scopo di ottenere consensi di facciata e sciatti compromessi.
Come adulti spetta il compito di ridurre la forbice, larga e pericolosa perché disorientante, tra la registrazione realistica dell’ambiente in cui i giovani crescono e la loro ricerca onesta e intelligente, anche se troppe volte inquieta perché inappagata, di profonde motivazioni ideali e spirituali. Essi sembrano lanciarci un appello: offrire loro motivazioni non astratte o soltanto dichiarate, bensì incarnate in persone concrete. I giovani, in tal senso, chiedono guide, maestri e testimoni. Ne avvertono la necessità, per poter dare senso e risposte alle proprie aspettative. Con quel coraggio che i giovani hanno e che non vogliono perdere.
Esserci…aiutando a fare scelte libere e responsabili
I giovani vanno accompagnati nell’esplorazione del mondo sostenendoli ed orientandoli alle scelte di vita, alla decodifica del mondo, alla scoperta della verità e all’utilizzo’ sapiente della libertà nella responsabilità. Contrariamente, però, a quanto pensano i fautori del “pensiero debole”, la libertà è l’esito di un paziente, faticoso percorso di scoprimento di sé, del proprio bene, che non ha nulla a che fare con le chiacchiere sulla spontaneità di fare ciò che cipiace e cose simili. Per essere liberi, occorre soprattutto sapere perché vogliamo fare una determinata cosa. E l’educazione è la strada maestra attraverso la quale impariamo questa libertà. Con le parole di Benedetto XVI, potremmo anche dire che “Il rapporto educativo è anzitutto l’incontro di due libertà e l’educazione ben riuscita è formazione al retto uso della libertà”.
Esserci…con modalità e linguaggi nuovi
…che valorizzino creatività, interesse, capacità dei giovani Il forte desiderio di relazioni, la globalizzazione dell’informazione e dei mezzi di comunicazione di massa favorisce i contatti tra i giovani e in particolare i loro nuovi linguaggi (musicali, artistici in senso lato...). Navigare in Internet, ad esempio, è per loro naturale e li fa sentire protagonisti di nuovi mondi, abitanti di un villaggio globale. In tutte le latitudini la musica, i ritmi, le espressioni della corporeità sono gli strumenti attraverso cui passano i manifesti del modo di vivere dei giovani, il loro modo di pensare, di mettersi in comunicazione tra loro e con gli adulti, l’aspirazione agli ideali e alla realizzazione dei propri sogni.
Esserci...con uno stile :
gioioso e mite. I giovani hanno bisogno di una compagnia ed una presenza discreta, non totalizzante, non invadente, critica, dialettica ma non impositiva o moralistica! Hanno bisogno di sorrisi, di gioia letta sui volti e nella vita dei loro educatori;
amichevole e fraterno conviviale, mai supponente. Compagni di viaggio, co-esploratori della vita piena: questo è ciò che chiedono le nuove generazioni; è la ricerca comune, seppur difficile, è ciò che rende amici e fratelli.
fiducioso e accogliente disponibile all’ascolto autentico. I giovani hanno enormi ed incomprese potenzialità. Esse vanno innanzitutto riconosciute ed accolte poi anche sviluppate, valorizzate, magari anche ri-orientate. Essi, però, chiedono al mondo degli adulti, degli educatori si scommettere su di loro, di essere i loro principali sponsor.
paziente e tenace capace, cioè, di accettare i fallimenti, ma sempre disposto a ricominciare, ad offrire nuove opportunità per spiccare il volo, per crescere, per dialogare.
In conclusione:
Per reagire alla crisi e all’emergenza educativa, occorre riscoprire insieme ad essi nuove «ragioni di senso», occorre inevitabilmente riavvicinare loro – e noi stessi – alla riflessione e alla ricerca della verità sull’uomo. Il che porta a un passo ulteriore. Che cosa, infatti, dà senso alle nostre vite? Che cosa ci motiva a studiare, lavorare, spendere il nostro tempo con le persone care, aiutare il prossimo? “Io credo, afferma Lorenzo Ornaghi, si debba rispondere, senza autocompiacimento ma con semplicità e coraggio: l’amore. Come insegna Benedetto XVI nella sua prima Enciclica, Deus Caritas est, dobbiamo comprendere che solo recuperando la consapevolezza profonda del bene umano, della sua bellezza e della sua concreta possibilità, saremo in grado di accettare le sfide poste dalla realtà contemporanea. Solo intrecciando nuovamente il pensiero e l’amore, la ragione e l’umanità, potremo davvero renderci testimoni del senso più autentico della vita, per – e insieme con – le giovani generazioni”.
Educazione come relazione:come vede e risponde all’emergenza educativa chi opera nel sociale
di padre Mauro Busin
Queste riflessioni mi hanno costretto a soffermarmi a lungo per considerare con più attenzione del solito quanto facciamo nelle nostre comunità di accoglienza e come lo facciamo, in che cosa consistono cioè le nostre scelte e prassi educative e come le pensiamo e le realizziamo. a fare i conti con le motivazioni che ci spingono ad agire e con i presupposti metodologici e ideologici che ci portiamo dietro.
Credo stia proprio qui la possibilità che ci permette di dispiegare una vera relazione educativa: offrire nel “qui” e “ora” la possibilità di un incontro interpersonale nel quale possa avvenire uno scambio proficuo, nel quale le persone possano interagire e comunicare profondamente, riconoscersi e reciprocamente esprimere questo riconoscimento, com-patire e con-gioire, e aprire nuovi spazi al futuro e alla speranza.
Una inter-relazione quindi, che apre a nuove possibilità e perciò da riconoscere come diritto primario anzitutto a coloro che più ne hanno bisogno: i giovani più poveri.
Come avevamo confermato in quel documento del CNAM che qualche anno fa indicava i nostri indirizzi e modalità di azione: La condivisione di vita e le relazioni da “amico, fratello, padre” sono il nostro modo di rispondere ai giovani “poveri e abbandonati”. È uno stile sempre più attuale in un tempo nel quale la povertà è sempre più povertà di relazioni e di affetto. Questa intuizione, dal cuore del Murialdo e attraverso le mani di generazioni di religiosi giuseppini e murialdine, è stata raccolta e fatta propria da educatori e volontari che si sono posti prima in un atteggiamento di ascolto, di comprensione ed ora di condivisione piena di un dono che viene dallo Spirito. Nei progetti di accoglienza l’attenzione alle relazioni, la scelta della normalità, il contesto familiare come ambiente ideale per la crescita dei ragazzi, hanno coinvolto e interpellato soprattutto laici e famiglie. È oggi un tempo nel quale ognuno, religioso o laico, può rileggere e tradurre il carisma dell’accoglienza murialdina a partire dal proprio stato e vocazione di vita.
Non è solo l’ansia educativa e la sensibilità del Murialdo che ci indica questo percorso, è il “fatto educativo” in se stesso che spinge verso l’altro al di là di quanto e come questo nostro movimento susciti risposta.
Forse l’emergenza educativa è anche questo: aver dato attenzione in primo luogo a chi la meritava, aver offerto formazione a chi è stato pronto ad accoglierla e a ricambiarla.
Sappiamo che se viviamo fino in fondo il nostro essere educatori lo viviamo per ogni uomo e per tutto l’uomo. E ci rendiamo conto di non essere stati buoni educatori quando ci siamo arresi di fronte ai momenti di crisi o ai rifiuti, quando non siamo stati fedeli alle nostre promesse di accoglienza. Forse non siamo sempre stati capaci di testimoniare l’altra relazione, quella che sentiamo a fondamento della nostra stessa scelta di vita, quella segnata dalla completa gratuità e fedeltà che il Padre ogni giorno ci offre e che, come anche S. Leonardo Murialdo aveva compreso, non si basa sulla nostra bontà o disponibilità ad accoglierla, ma sulla libera e assolutamente gratuita scelta di Dio stesso.
Ad ogni educatore perciò è chiesta una grande capacità autocritica: se si propone in una relazione educativa attiva e meditata, pensata e voluta, è fondamentale anche la sua disponibilità a porre tra parentesi ogni passo del processo educativo, per permettere un vero confronto, per verificarne l’obiettività e l’aderenza con la realtà, per appurarne bontà ed efficacia. A differenza di quanto avviene in campo tecnico o economico, dove i progressi di oggi possono sommarsi a quelli del passato, nell'ambito della formazione e della crescita morale delle persone non esiste una simile possibilità di accumulazione, perché la libertà dell'uomo è sempre nuova e quindi ciascuna persona e ciascuna generazione deve prendere di nuovo, e in proprio, le sue decisioni.»
Il compito urgente dell’educazione
di papa Benedetto XVI
ALLA DIOCESI DI ROMA SUL COMPITO URGENTE DELL’EDUCAZIONE
Nel gennaio-febbraio 2008, Benedetto XVI, in una lettera alla diocesi di Roma e poi in una grande udienza in piazza San Pietro, ha fatto riferimento alla “emergenza educativa”. Educare non è mai stato facile, osservava il Papa, e oggi sembra diventare sempre più difficile. Lo sanno per esperienza i genitori, gli insegnanti, lo sappiamo noi sacerdoti, come tutti coloro che a vario titolo si occupano di educazione. Sembrano aumentare cioè le difficoltà che si incontrano nel trasmettere alle nuove generazioni i valori-base dell’esistenza e di un retto comportamento, nel formare quindi persone solide, capaci di collaborare con gli altri e di dare un senso alla propria vita.
Cari fedeli di Roma,
ho pensato di rivolgermi a voi con questa lettera per parlarvi di un problema che voi stessi sentite e sul quale le varie componenti della nostra Chiesa si stanno impegnando: il problema dell’educazione. Abbiamo tutti a cuore il bene delle persone che amiamo, in particolare dei nostri bambini, adolescenti e giovani. Sappiamo infatti che da loro dipende il futuro di questa nostra città. Non possiamo dunque non essere solleciti per la formazione delle nuove generazioni, per la loro capacità di orientarsi nella vita e di discernere il bene dal male, per la loro salute non soltanto fisica ma anche morale.
Educare però non è mai stato facile, e oggi sembra diventare sempre
più difficile. Lo sanno bene i genitori, gli insegnanti, i sacerdoti e tutti coloro che hanno dirette responsabilità educative. Si parla perciò di una grande "emergenza educativa", confermata dagli insuccessi a cui troppo spesso vanno incontro i nostri sforzi per formare persone solide, capaci di collaborare con gli altri e di dare un senso alla propria vita. Viene spontaneo, allora, incolpare le nuove generazioni, come se i bambini che nascono oggi fossero diversi da quelli che nascevano nel passato. Si parla inoltre di una "frattura fra le generazioni", che certamente esiste e pesa, ma che è l'effetto, piuttosto che la causa, della mancata trasmissione di certezze e di valori. (…)
Quando però sono scosse le fondamenta e vengono a mancare le certezze essenziali, il bisogno di quei valori torna a farsi sentire in modo impellente: così, in concreto, aumenta oggi la domanda di un’educazione che sia davvero tale. La chiedono i genitori, preoccupati e spesso angosciati per il futuro dei propri figli; la chiedono tanti insegnanti, che vivono la triste esperienza del degrado delle loro scuole; la chiede la società nel suo complesso, che vede messe in dubbio le basi stesse della convivenza; la chiedono nel loro intimo gli stessi ragazzi e giovani, che non vogliono essere lasciati soli di fronte alle sfide della vita. Chi crede in Gesù Cristo ha poi un ulteriore e più forte motivo per non avere paura: sa infatti che Dio non ci abbandona, che il suo amore ci raggiunge là dove siamo e così come siamo, con le nostre miserie e debolezze, per offrirci una nuova possibilità di bene.
Cari fratelli e sorelle, per rendere più concrete queste mie riflessioni, può essere utile individuare alcune esigenze comuni di un’autentica educazione. Essa ha bisogno anzitutto di quella vicinanza e di quella fiducia che nascono dall’amore: penso a quella prima e fondamentale esperienza dell'amore che i bambini fanno, o almeno dovrebbero fare, con i loro genitori. Ma ogni vero educatore sa che per educare deve donare qualcosa di se stesso e che soltanto così può aiutare i suoi allievi a superare gli egoismi e a diventare a loro volta capaci di autentico amore.
Già in un piccolo bambino c'è inoltre un grande desiderio di sapere e di capire, che si manifesta nelle sue continue domande e richieste di spiegazioni. Sarebbe dunque una ben povera educazione quella che si limitasse a dare delle nozioni e delle informazioni, ma lasciasse da parte la grande domanda riguardo alla verità, soprattutto a quella verità che può essere di guida nella vita.
Anche la sofferenza fa parte della verità della nostra vita. Perciò, cercando di tenere al riparo i più giovani da ogni difficoltà ed esperienza del dolore, rischiamo di far crescere, nonostante le nostre buone intenzioni, persone fragili e poco generose: la capacità di amare corrisponde infatti alla capacità di soffrire, e di soffrire insieme…
Non posso dunque terminare questa lettera senza un caldo invito a porre in Dio la nostra speranza… La speranza che si rivolge a Dio non è mai speranza solo per me, è sempre anche speranza per gli altri: non ci isola, ma ci rende solidali nel bene, ci stimola ad educarci reciprocamente alla verità e all'amore. Vi saluto con affetto e vi assicuro uno speciale ricordo nella preghiera, mentre a tutti invio la mia Benedizione.
(da: "Lettera di Benedetto XVI alla Diocesi di Roma sul compito urgente dell'educazione"),
Lasciarci educare, educarci, educare
di padre Tullio Locatelli
Dopo la lettura della lettera di papa Benedetto, inviata a settembre, sul tema dell’emergenza educativa, balza evidente l’appello agli adulti per essere capaci di assumere la propria responsabilità di educatori. Ma questi adulti, cioè noi, siamo pronti? Forse è utile chiederci se noi per primi ci lasciamo educare, ci educhiamo, per educare.
Che ormai la formazione degli adulti vada concepita come auto-formazione; la formazione è sempre formazione che una persona fa da se stessa, e che è formazione di se stessi. Da se stessi, non nel senso che non si ha bisogno di altre figure, ma nel senso che per un adulto la grande risorsa formativa è la propria esperienza vissuta, concreta, che si tratta innanzitutto di imparare a leggere, interpretare, aderirvi, per meglio nutrirsene nel cammino della vita.
Auto-formazione è tentativo di prendere in carico se stessi, di farcela da soli, di diventare responsabili di sé, di come la vita si sta esprimendo dentro di sé in maniera del tutto originale.
2010-2020, Educazione al primo posto
della Cei
La 59a Assemblea Generale dei Vescovi italiani si è svolta nell’Aula del Sinodo in Vaticano dal 25 al 29 maggio 2009, con la partecipazione di 240 membri, 23 Vescovi emeriti, 24 rappresentanti di Conferenze Episcopali Europee, nonché del Nunzio Apostolico in Italia. Tra gli invitati, docenti ed esperti sulle problematiche dell’educazione, in ragione del tema principale dei lavori: “La questione educativa: il compito urgente dell’educazione”. L’Assemblea ha individuato nell’educazione il tema degli Orientamenti pastorali per il prossimo decennio.
Il compito urgente dell’educazione quale tema degli Orientamenti pastorali del prossimo decennio
L’ampio spazio dedicato ai lavori di gruppo, a seguito della relazione fondamentale, ha fatto emergere un radicato consenso intorno alla scelta dell’educazione quale tema portante degli Orientamenti pastorali della Chiesa in Italia nel decennio 2010-2020. Si è condivisa la consapevolezza che l’urgenza della questione non nasce in primo luogo da una contingenza particolare, ma dalla necessità che ciascuna persona ed ogni generazione ha di esercitare la propria libertà. Infatti – come ha affermato con chiarezza il Santo Padre Benedetto XVI – “anche i più grandi valori del passato non possono essere semplicemente ereditati, vanno fatti nostri e rinnovati, attraverso una, spesso sofferta, scelta personale”. Si è dunque privilegiato un atteggiamento positivo e non allarmistico e si è precisato che questa scelta è in profonda continuità con il recente cammino della Chiesa in Italia, dal momento che comunicare il Vangelo è riproporre in modo essenziale Cristo come modello di umanità vera in un contesto culturale e sociale mutato. Su questo punto, è stata ribadita la necessità di non sottovalutare l’impatto delle trasformazioni in atto, senza peraltro limitarsi semplicemente a recensirne le cause socio-culturali, indulgendo a diagnosi sconsolate e pessimiste. Al contrario, si intende ribadire che l’educazione è una questione di esperienza: è un’arte e non un insieme di tecniche e chiama in causa il soggetto, di cui va risvegliata la libertà. È questo il punto centrale su cui far leva per riscoprire la funzione originaria della Chiesa, a cui spetta connaturalmente generare alla fede e alla vita, attraverso una relazione interpersonale che metta al centro la persona. La libertà, peraltro, prende forma soltanto a contatto con la verità del proprio essere, quando cioè è sollecitata a prendere posizione rispetto alle grandi domande della vita e, in primo luogo, rispetto alla questione di Dio. Di qui la centralità del rapporto tra libertà e verità, che non può essere eluso e che è variamente declinato, tanto nel rapporto tra libertà e autorità quanto in quello tra libertà e disciplina. Esiste poi un altro binomio che va correttamente interpretato, cioè quello tra persona e comunità, il che indica che nel processo educativo intimità e prossimità devono crescere insieme. Da queste considerazioni scaturiscono due conseguenze, largamente condivise dall’Assemblea: la prima individua nella Chiesa particolare e specificamente nella parrocchia il luogo naturale in cui avviare il processo educativo, senza peraltro sminuire il contributo originale delle aggregazioni ecclesiali; la seconda dà rilievo ai soggetti del processo educativo (sacerdoti, religiosi e religiose, laici qualificati e, naturalmente, la famiglia e la scuola), dal momento che figure di riferimento accessibili e credibili costituiscono gli interlocutori necessari di qualsiasi esperienza educativa.
In sintesi, si è convenuto sul fatto che la scelta del tema dell’educazione è necessaria, perché intercetta tutti i nodi culturali, raggiunge l’uomo in quanto tale e interagisce con la persona guardando a tutta la sua vita: vivere è educare.
Roma, 9 giugno 2009. Comunicato finale 59ma Assemblea Generale Cei.
Educazione, la sfida del decennio
Emergenze educativa:ricomporre il villaggio.
di p. Fidenzio Nalin
“Per educare un bambino è necessario un villaggio” Non ricordo se l’espressione ci viene dalla sapienza del mondo africano o se è stata detta da qualche illustre pedagogo: resta comunque piena di una sua verità che sempre più difficilmente trova respiro in questo nostro tempo dove si vive, si cresce, si lavora, ci si diverte, si invecchia e si muore in contesti che chiamerei “tribù generazionali”: i piccoli con i piccoli, gli adolescenti con i loro pari, gli adulti con gli adulti, i vecchi con i vecchi.
È finito dunque, e da tempo, il villaggio, dove le età si incrociavano normalmente e quotidianamente oltre lo stesso contesto della famiglia che ora si riduce a recuperare il tempo dello stare insieme nei fine settimana o nelle vacanze.
(…) Quando mi si parla di “emergenza educativa”, non posso fare a meno di pensare che questa emergenza non investa solo l’educazione ma è parte intima dell’emergenza “globale” del mondo in cui oggi viviamo grandi e piccoli, vecchi e giovani a tutte le latitudini..
Allora è possibile ricomporre il villaggio, inteso come luogo dove si condividono esperienze e valori facendo insieme il tracciato di un cammino educativo dove è spontaneo incontrarsi e si è concordi negli orizzonti che indichiamo e negli atteggiamenti che li rendono credibili? (…) Dove ci sia un’accoglienza che, sempre più spesso, si apre a ragazzi e giovani “poveri”, non solo materialmente ma anche sotto il profilo delle relazioni, dell’affetto, delle prospettive per il loro domani: povertà che, alle volte risalta, al primo impatto ma, più sovente, è inespressa o nascosta e ha bisogno di essere capita e accompagnata con discrezione e delicatezza.
Quanti entrano in Patronato dovrebbero godere aria di casa e spirito di famiglia e questo è nello spirito dei valori che il Murialdo ha posto alla base delle sue scelte pedagogiche.
Tutte le componenti delle varie attività sono chiamate, dunque, a creare questo spirito di famiglia, caldo e amichevole che non è solo di collaborazione, ma, soprattutto, di affetto e di lieta appartenenza. Sentirsi famiglia, la Famiglia del Murialdo.
Spirito di famiglia che si vive sia nella semplice quotidianità dell’incontrarsi, salutarsi, condividere fraternamente gioie e difficoltà… Ma cosa si fa perché tutto questo non si riduca solamente ad una dichiarazione di intenti?
Più facile viverlo che spiegarlo. Perché tutto si gioca nel ritmo e direi quasi nella “magia” della ferialità e della festa, dell’incontrarsi e del mettere insieme quanto si vive attraverso una schietta comunicazione, indispensabile nei settori specifici delle varie attività educative, ma che deve poi sfociare in uno scorrere spontaneo e diffuso, oltre il proprio recinto, altrimenti non si costruisce il villaggio. Per questo nell’Opera si cerca di tenere collegate le fila tra gli educatori dei vari settori, insegnanti, animatori, capi scout, dirigenti e allenatori sportivi.
Inoltre rendendo quotidianamente luogo di accoglienza, di ritrovo e di riconoscimento quello che, diversamente, sarebbe solo un posto di passaggio dove ci si incrocia senza vedersi: il cortile. Lì, necessariamente e fortunatamente, se ci sei e passi del tempo, sei libero del ruolo che rivesti e sei autorizzato ad essere quello che ci si aspetta dalla tua età: i bambini corrono, le mamme chiacchierano, i giovani tirano a canestro, le ragazze si danno al pettegolezzo e i nonni, dietro la rete, a bordo campo rivivono nei nipotini le loro prodezze di un tempo. Insomma c’è posto anche per te e stai sicuro che troverai qualcuno che ti chiama per nome. Tutto sommato, sai che tipo di aria tira in questo villaggio e quello che ti viene chiesto te lo dicono anche i muri.
Sinceramente, poi, per quanto mi ricordo, mi pare che non abbiamo mai disquisito se e come stabilire una priorità tra i tre verbi classici che caratterizzano un’opera giuseppina: pregare, imparare, giocare. Al centro c’è il ragazzo, questo sì, e cerchiamo di fare strada con lui partendo dal punto dove si trova. “Camminando si apre cammino”. Era il titolo di un libro di Arturo Paoli di qualche decennio fa.
Ma in fondo a tutto il discorso, non bisogna dimenticare che l’emergenza educativa è soprattutto un’emergenza di amore, di comprensione, di accoglienza e di aiuto. E, sul villaggio si apre il cielo sconfinato: è il cielo di tutto il mondo e, al tempo stesso, tutto il cielo del nostro villaggio. Alzare la testa perchè “la speranza non delude”. È stato detto per tutte le emergenze, anche per quella educativa.
L’Emergenza educativa e l’ENGIM
di padre Antonio Lucente
Questa sigla ENGIM, può ricordare oppure noi il suo significato esteso al mittente di questa breve riflessione non importante dare immediatamente il significato esteso della sigla in questo inizio di scritto.
Mi piace, anzi direi a noi dell’ENGIM, piace affrontare subito la questione dell’Emergenza Educativa.
La vita oggi è una straordinaria corsa. Per arrivare alla meta occorrono capacità, passione, creatività, merito e non solo furbizia. I giovani, però, sono bombardati da molteplici scorciatoie! E allora a coloro che si occupano di educazione e formazione viene chiesto di “invertire la rotta con una educazione al difficile, alla libertà ed all’autonomia.”
Affinché le nuove generazioni possano contribuire ad un mondo migliore, i grandi debbono ritrovare, prima in loro stessi , e far nascere poi nei giovani il senso delle “cose”, il senso di quanto faccio, il senso della vita.
Il bisogno di sensoesprime un’esigenza insopprimibile di trovare risposta plausibile all’incontro personale con la realtà, con la speranza di percepirla come “buona” e “promettente”. La risposta positiva o meno a questo bisogno decide del nostro orientamento di fronte alle cose, alle persone, alla vita.
“Il senso di tutte le cose si annuncia anzitutto attraverso la meraviglia: essa è il sentimento che segnala la corrispondenza arcana di ciò che si vede e di ciò che accade con la qualità nascosta di quel desiderio di vivere, che è come il centro più indeterminato e insieme più essenziale della persona” [G. Angelini].
Non si può negare che ragazzi ai quali troppo spesso si da ”troppo, in termini materiali ed esistenziali” non sono incoraggiati verso l’autonomia e la crescita. ”All’amore latino, di tipo egoistico urge sostituire un serio accompagnamento lungo le vie difficili della vita per aiutare una piccola persona a crescere con i suoi tempi.” [Silvio Minuetti]
Serve che i grandi, gli educatori, abbiano una grande autorevolezza: senza di questa non c’è progetto educativo, credibilità, coerenza, buon senso! Senza di questa non si può educare al pensiero critico, alla libertà reale, al sogno, alla curiosità, all’utopia. Dice Luciano Caimi nel suo intervento al convegno Assistenti AC di Roma nel gennaio scorso “L’educazione, come umanizzazione, esige presenza, memoria, progetto. È sempre una sorta di scommessa. Astenersi è impossibile.
L’educazione si coniuga al presente e al futuro. Al presente, perché deve dare risposte, hic et nunc, alla concretezza dei bisogni del minore; al futuro, perché ha un ineliminabile carattere prolettico: “deve anticipare giudizi sul senso che avranno per altri le parole e le cose, gli scontri e le gioie dell’esistenza” (M. Léna).
Un’anticipazione da compiersi non alposto del, ma perilsoggetto in crescita, ossia in modo tale da abilitarlo gradualmente alla capacità di scelta in proprio, alla conferma o disconferma di quanto si è fatto perlui.
Questo ci fa capire l’insopprimibile dimensione di rischiopropria dell’educazione. Non è mai un processo lineare e dagli esiti scontati. Rischio significa anche “mettersi in gioco”. Si semina senza sapere esattamente quando e che cosa si raccoglie. L’educazione è avventura di libertà. È sempre un’esperienza bella, ma anche faticosa. Virtù principe dell’educatore è, come per il contadino, la pazienza, l’attesa fiduciosa, esperienze positive”.
La complessità di questa società, del mondo giovanile, ci deve spingere a saper leggere, anche con umiltà, i segni dei tempi. Quando si parla di condizione giovanile bisognerebbe parlarne al plurale: ci sono diverse condizioni giovanili. Diverse soggettività giovanili, diversi progetti educativi, diversi percorsi da mettere in atto per arrivare comunque ad una unica bellissima meta: fare di ciascun giovane una persona consapevole, responsabile, felice e produttiva, non solo in termini economici, che possa vivere la sua “Cittadinanza Attiva”.
“La meta, dice ancora Caimi, è chiara: condurre il giovane a un accettabile livello di maturità umana. Cinque indici di maturità:
*sguardo riflessivo su di sé (guardarsi dentro per conoscersi e così poter prendere in mano la propria vita);
*accettazione di sé (siamo “prodotto” di una storia e occorre accettarci in questa nostra “datità”: l’esercizio della libertà si definisce muovendo da qui);
*ricomposizione dell’unità interiore (come ricerca e progressiva edificazione di un baricentro psicologico, valoriale, di senso);
*oltrepassamento di sé (diventare adulto significa procedere oltre l’egocentrismo infantile e il narcisismo, verso la capacità di decentramento relazionale);
*dinamismo comunionale (la persona matura deve imparare a stare anche da sola, non per isolarsi ma per meglio nutrire e potenziare la propria disponibilità alla relazione intensa e alla comunione”.
ENGIM e Giovani: sveliamo la sigla e il suo ruolo!
ENGIM= ENTE NAZIONALE GIUSEPPINI DEL MURIALDO per la formazione, l’orientamento, la cooperazione internazionale.
-E’ appunto un ENTE storico della Congregazione di San Giuseppe, padri Giuseppini del Murialdo, il cui fondatore è Leonardo Murialdo che già in vita laicale e ancora di più da prete, sceglie di dedicarsi ai giovani, in maniera particolare ai più poveri ed emarginati.
L’ENGIM è presente con le sue sedi regionali e i Centri di Formazione Professionale in sei regioni italiane, e poi ancora in Spagna, Albania, Europa dell’est, continente asiatico- messico -america latina- Africa. A Roma e nel nostro III Municipio è presente la Direzione Nazionale, via degli Etruschi, 7 con un centro di formazione professionale e uno sportello immigrati in Largo degli Osci; e poi ancora nell’XI Municipio e ad Albano Laziale.
Il campo della formazione e dell’educazione, quindi, li viviamo quotidianamente e ciò che spesso emerge è un malessere diffuso nei giovani. Malessere che ci porta ad interrogarci e non prenderne semplicemente atto che il tutto trova le sue radici nella mancanza di Valori. Noi dell’ENGIM non possiamo né vogliamo pensare che i giovani possano (o magari, debbano) crescere privi di una proposta di valori da parte degli adulti. Per un malinteso desiderio di “non influenzare” la loro personalità e la loro libertà, si sta rinunciando a offrire loro ciò che abbiamo di più importante.
Noi sentiamo che, anche nelle nostre strutture formative, abbiamo il compito di fornire alle nuove generazioni una proposta educativa chiara e ricca: siamo si occupati e pre-occupati per il loro futuro “professionale” dei propri figli, una più ampia maturazione, ma anche della persona nel suo complesso. Seguiamo e cerchiamo di vivere la pedagogia di san Leonardo Murialdo attraverso la Carta dei Valori ENGIM.
I giovani hanno bisogno di amicizia ma anche di essere ascoltati, di dialogo, di essere percepiti e valorizzati con parole e fatti ed incoraggiandoli a non accontentarsi di poco, ma ricercare i tesori più grandi della vita. Tesori come quelli svelatici da Gesù Cristo, che ci ha insegnato come il sorriso di chi ci sta accanto sia importante almeno quanto quello nostro, anche quando ciò dovesse richiedere qualche rinuncia, o dovesse essere letto erroneamente dal mondo come un comportamento “da perdenti”.
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