Ero in Colombia quando, il 6 aprile 2009, il terremoto mise in ginocchio in Italia un’intera città, L’Aquila, provocando centinaia di morti e decine di migliaia di senza tetto.
Fui molto colpito dalla notizia e anche dal fatto che essa, rimbalzatami da lontano, in un paese purtroppo avvezzo a drammi e tragedie, intorno a me non destava la stessa grande emozione che aveva destato in me: il mondo - pensai - è più grande dei confini del cuore e anche i nostri grandi dolori si fanno più piccoli quando vengono guardati dal punto di vista del mondo.
Ricordo che avevo iniziato il 2009 proprio a L’Aquila, in una casa delle Suore della Dottrina Cristiana - una casa che qualche mese dopo ho visto semidistrutta dal terremoto - accogliendo le parole di speranza e di fiducia della liturgia di Capodanno: “Il Signore ti benedica e faccia splendere su di te il suo volto”.
La fiducia della popolazione dell’Aquila, come di tutta la gente provata da grandi dolori, è stata scossa ma non vinta: spesso proprio chi è provato dal dolore manifesta una forza d’animo, una fiducia, una voglia di domani che sono esempio per tutti.
Già, domani. Come sarà? Difficile non frequentare un pensiero di questo genere all’inizio del nuovo anno.
Per i terremotati dell’Aquila, gli artisti italiani hanno composto una canzone che dice così: “Domani, domani, domani lo so, lo so che si passa il confine… e di nuovo la vita sembra fatta per te e comincia domani”.
Parole di speranza e di augurio, nonostante tutto.
Domani si passa il confine.
Ma quale confine?
Forse quello della paura, che ci richiude in noi stessi, che ci blocca e ci impedisce di amare.
Forse quello della pigrizia che ci fa ripiegare sui giorni e che ci nega sogni e prospettive.
Forse quello del pregiudizio e dello scetticismo che chiude ogni varco alla speranza.
Forse, soprattutto, il confine di noi stessi: è questo il vero confine da superare, l’oltre da valicare, per essere sempre più noi stessi cercando di essere un po’ di più per gli altri e perché la vita… cominci domani.