Questa frase intrigante, che ho trovato scritta sulla parete di un faro, dà in un qualche modo il senso di ciò che significa “missionarietà”, vale a dire una spiritualità impregnata dello spirito missionario: una spiritualità che parte dall’incontro personale con il Cristo per dilatarsi a desiderare di farsi “amore” per ogni persona. Un cuore che sa sempre aprirsi all’ “oltre”, all’ “altro”, sempre degno di amore perché sempre amato da Dio. E allora appunto il nostro sguardo d’amore non ha più frontiere, non ha più confini. La nostra preghiera si fa universale: abbracciare il mondo nelle sue molteplici varietà e modi di vivere.
Mi è capitato sotto mano in questi giorni di rileggere qualcosa di s. Teresa del Bambino Gesù che mi sembra cadere a fagiolo per capire il senso dello spirito missionario.
Santa Teresina è stata dichiarata Patrona delle missioni da Papa Pio XI, pur non essendosi mai mossa dal suo monastero di clausura, ma il suo spirito sapeva dilatarsi sull’ “oltre” e abbracciare l’ “altro”. “Nel cuore della Chiesa, mia madre, io sarò l’amore”. Essere “missionari” significa entrare nel cuore della Chiesa, con l’amore.
La piccola Teresa sapeva bene di essere solo una ragazza giovane e debole, ma allo stesso tempo aveva una fiducia sconfinata in Gesù tanto che decise di offrirgli tutta la sua vita senza tenere nulla per se stessa.
Teresa amava Cristo con tutto il cuore, e per questo voleva che lui fosse conosciuto e amato anche da tutti gli uomini in tutto il mondo, per questo avrebbe voluto essere missionaria su tutta la terra per annunciare senza mai fermarsi la salvezza del Signore, dalla creazione fino alla fine del mondo. Un desiderio apparentemente impossibile ed esagerato per qualsiasi essere umano, e lei non era che una povera ragazza, più piccola e più fragile di tutte le altre… La sua spiritualità attingeva ad una certezza: Gesù mi ama nella mio essere povera e fragile creatura e Lui avrebbe potuto riempirla di sé e trasformarla in quel fuoco di amore divino che è capace di attirare sé tutti quelli che cercano Dio con cuore sincero.
Nel chiuso del convento Teresa, senza mai stancarsi, pregava ed offriva sacrifici d'amore per gli amici sacerdoti missionari, nella certezza che quando fosse arrivata in cielo la sua unione con loro sarebbe divenuta ancora più forte e piena, e che la sua anima sarebbe volata insieme a loro nelle missioni più lontane.
È un modo forse un po’ ingenuo, tipico dell’800, questo modo di vedere le cose, ma la sostanza non cambia: uno spirito impregnato di amore non si immiserisce dentro confini angusti di egoistici benesseri. “Ogni uomo è mio fratello”; ogni uomo lo faccio nascere “mio fratello” ogni giorno dentro di me. Ogni giorno accolgo il dono di vivere la mia vita cristiana in dimensione missionaria: nel mondo della famiglia, del lavoro, della chiesa, della società, che può significare mettere a servizio di Dio e dei fratelli, i doni da lui ricevuti. Quaresima di fraternità!
p. Ferruccio Cavaggioni
BENIN
Papa Benedetto XVI ha scelto il Benin - un pezzo d'Africa pacifico, dove le fedi convivono e dove il voodoo, da qui esportato in America latina al tempo degli schiavi, è religione ufficiale - per il suo secondo viaggio africano, durante il quale ha voluto consegnare personalmente ai vescovi di tutto il continente il testo conclusivo del sinodo dei vescovi per l'Africa del 2009, l'esortazione apostolica, “Africae Munus - L'impegno dell'Africa”, volendo così fare di questo un punto di partenza per il rilancio del continente africano.
Il testo papale auspica che la ''globalizzazione della solidarietà'' eviti la ''tentazione del pensiero unico sulla vita, sulla cultura, sulla politica, sull'economia, a vantaggio di un costante rispetto etico delle diverse realtà umane per una solidarietà effettiva''.
L'Esortazione apostolica si conclude con un rinnovato appello all'Africa ad alzarsi in piedi e prendere in mano il proprio futuro, per essere, come a tutto diritto può essere, ''polmone spirituale per il mondo intero''.
Sierra Leone, Guinea Bissau, Ghana, Albania, Romania
“I Giuseppini del Murialdo in Italia nella loro storia hanno sempre avuto la missionarietà come propria caratteristica. Nel tempo hanno dato, esportato, alimentato, il carisma murialdino ovunque gli è stato chiesto di farlo con presenze ed opere.
Le singole province in Italia, di loro iniziativa, hanno dato vita e presenza giuseppina in Africa (Sierra Leone, Guinea Bissau, Ghana) e nell'Est europeo (Romania e Albania). Attualmente Romania e Albania fanno parte della Provincia Italiana, mentre le altre realtà hanno dato vita alla “Delegazione di Africa”, assumendo così una loro autonomia giuridica.
L’Italia si sente comunque ancora molto legata all’Africa e si chiede come poter mantenere e alimentare un legame, che tanto bene ha fatto sia all’Italia che all’Africa.
A questo proposito è importante riconoscere come la coscienza missionaria sia un elemento capace di mettere in moto tante risorse spirituali, umane e materiali, tali da essere definite una vera e propria continua occasione per un movimento di rinnovamento.
Se definiamo la missionarietà come sensibilità che spinge, oltre i propri orticelli e i propri schemi culturali, a testimoniare il Vangelo secondo il carisma murialdino nel dialogo cercato con l”altro”, anche aprendoci ai più ampi orizzonti, ne nasce che ogni battezzato che si nutre al carisma murialdino (in primis i Giuseppini), si sente di appartenere non più a un territorio circoscritto, ad una definita cultura, ma ad un carisma capace di incarnarsi ovunque e comunque, perché segno e dono dell’amore infinito, tenero e misericordioso di Dio che vuole salvi tutti gli uomini”.
Tratto dal Documento finale del
Capitolo Ambito Missionarietà
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