Negli Stati Uniti essere ammessi a un ateneo prestigioso è così complesso che la preparazione inizia già dall’asilo e passa per la frequentazione di determinate scuole e il superamento di specifiche prove. Molti si affidano a precettori, una figura d’altri tempi, tornata in auge e sempre più diffusa.
Nella ricerca dell’autorità perduta in ogni stagione ci facciamo guidare dall’autorevolezza di chi ci accompagna, dalla guida di maestri. “ Ma è sempre più difficile”, scrive il sociologo Alain Touraine, “riconoscere l’autorità, per la semplice ragione che viviamo in un mondo che non è governato da principi assoluti, ma mobili, in trasformazione: così avviene nella scienza, nella tecnologia, nella comunicazione”.
Sarà per questo che guardiamo ai nostri maestri con nostalgia.
Alcuni li ricordiamo in queste pagine: figure paterne di educatori che ci sono passati accanto lasciandoci la “tripla A”. Non quella degli indici economici che oggi va molto di moda. “A” come altezza. Non è certo la statura fisica, ma il vivere secondo un codice etico. E’ rifiutare la finta modestia che porta alla bassezza, all’avvilimento dei piccoli imbrogli chiamati compromessi e che sviliscono – come ci accorgiamo tutti i giorni – i rapporti tra le persone e il lavoro di ognuno. “A” come ascolto. Ci vuole, dopo la “A” precedente. Essere disponibili all’ascolto è un esercizio raro. E’ sinonimo di rispetto verso gli altri e prerogativa di chi si pone come educatore. Insomma, c’è bisogno di chi aiuti a praticare con umiltà quella grande e desueta virtù che si chiama discernimento. Non è uno psicanalista ma quella figura che nell’adolescenza e nella giovinezza aiuta a manifestare “i pensieri del cuore” , a crescere nella libertà ma anche nella responsabilità di esercitarla. E, infine “A” come autorità che si esercita con il comando che deve coniugarsi con l’esempio. Quanti esempi ci sono stati lasciati e ci vengono ancora donati: li dimentichiamo, per poi rimpiangerli quando dobbiamo confrontarci con situazioni di crisi e difficoltà, o quando le persone che incrociamo non reggono il confronto con i maestri di ieri. E si potrebbe continuare a lungo.
Giuseppe Novero
P.S. La recente scomparsa di Giorgio Bocca mi ha fatto ricordare vicende vecchie di vent’anni. Con lui e Guglielmo Zucconi (altro grande giornalista) ho occupato un ufficio, a Milano. Ero lusingato dal condividere uno spazio con due “mostri sacri”. Poi, con il tempo, ho scoperto che quel posto mi era stato assegnato per cercare di interpormi tra i due, che non mancavano di litigare, considerandosi uno superiore all’altro. Eppure, anche in quella situazione, esercitavano l’autorità con la parola, lasciando, al di là delle piccinerie , un esempio di vita.
 |
torna al sommario |