Nella bellissima Rovereto (Trento) viene al mondo Giorgio Rossi il 3 giugno 1879.
Nell’autunno del 1893 s. Leonardo Murialdo iniziava i contatti per l’accettazione di un orfanotrofio e di un oratorio in quella città; e il 2 aprile dell’anno seguente i Giuseppini vi fecero il loro ingresso, accolti dai membri della Congregazione di Carità che li gestiva.
Ben presto il Signore premiò l’apostolato dei Giuseppini con vocazioni religiose e sacerdotali. Tra i primi ci fu Giorgio Rossi.
Fu ricevuto in noviziato a Volvera (Torino) il 18 settembre 1897 da s. Leonardo Murialdo. Il suo formatore fu il P. Marcello Pagliero, maestro dei novizi. La sua prima professione, nelle mani di S. Leonardo Murialdo, il 26 agosto 1899, diede l’avvio ad una delle più ricche vite di confratelli giuseppini.
“Fin da giovane mostra tante belle doti e rare virtù secondo lo spirito ancora genuino della nostra Congregazione, al punto che molti direttori se lo disputavano, richiedendolo ai Superiori per la propria Opera. Canta bene, suona con molta abilità vari strumenti (soprattutto il violino), dirige la scuola di canto, prepara i giovani per il teatro, dipinge le scene e quadri d’occasione; sa fare con competenza piccoli lavori di falegname, di fabbro, di meccanico. È abile in traforo e in fotografia”.
È confratello esemplare a Modena (1899), a Correggio (1900), a Cascine Vica (1904). Notevole la sua pietà, il suo spirito di sacrificio e di amore ai giovani poveri. Si consacra definitivamente come religioso giuseppino con la professione perpetua il 26 agosto 1905.
Nel 1919 è inviato a Bengasi, nella prima missione africana della congregazione, aperta nel 1904. Lavora con il pioniere p. Girolamo Apolloni. Diventa subito il papà dei piccoli arabi abbandonati e bisognosi di tutto.
Nel 1921 il governo italiano influenzato dalle manovre anticlericali liberal-massoniche, obbliga i nostri missionari a ritirarsi da Bengasi.
Ma la Provvidenza fa aprire alla Congregazione la Missione del Napo in Ecuador. Ad essa sono inviati P. Emilio Cecco e P. Giorgio Rossi. Partono il 22 aprile 1922, arrivano a Guayaquil il 25 maggio e a Tena, capitale della provincia del Napo, nel cuore della foresta amazzonica, ai primi di settembre dello stesso anno.
La provincia del Napo (70.000 km²), in territorio amazzonico, era completamente isolato dalle altre province, senza vie di comunicazione. I missionari giuseppini trovarono gli indigeni completamente abbandonati, privi di assistenza religiosa, scolastica e sanitaria. Dopo l’espulsione dei gesuiti nel 1895, quella popolazione si trovò in preda allo sfruttamento dei coloni.
Al lavoro missionario l’indigeno si mostra chiuso, antisociale, superstizioso. P. Rossi contrappone la carità, la pazienza, la sua proverbiale bontà: “Dolce figura di sacerdote che impressiona sempre con il suo gesto buono e la sua squisita opera di pastore”, sia con i suoi confratelli che con i fedeli. “Nella comunità di P. Rossi non c’è posto per la tristezza o il malumore. Un suo sorriso, una sua parola erano sufficienti per dissipare l’ombra della malinconia o del rancore”.
Tutti lo venerano già come un santo: è un santo austero con se stesso, sempre pronto a sacrificarsi per gli altri; si adatta ai servizi più umili; è fulgido esempio di umiltà e di povertà. L’autentica chiave di lettura della sua vita è la carità, alimentata da un grande amore all’Eucaristia e alla Madonna.
Dopo la rinuncia di mons. Emilio Cecco al Vicariato Apostolico del Napo a motivo della malferma salute, la Sede Apostolica nomina suo successore il P. Giorgio Rossi, il quale accetta senza opporre difficoltà e resistenza. È consacrato nella cattedrale di Ambato il 7 agosto 1938.
Gli restano poco più di due anni di vita. Il nuovo pastore esige che tutte le comunità religiose diano maggior importanza alle pratiche di pietà e alla vita interiore. Riorganizza il seminario di Ambato. Imparte nuove direttive per la catechesi dei bambini e degli adulti e per l’istruzione religiosa dei fidanzati.
Incurante delle fatiche, non dice mai basta al suo fisico stanco. Cerca sempre il bene delle anime, sino all’olocausto. L’esemplare ed eroico missionario e vescovo, muore affogato nel fiume Tena il 22 gennaio 1941, mentre si reca ad assistere un malato.
Ora dorme il sonno dei giusti nella pace della foresta ecuadoriana, ormai pervasa da un buon progresso spirituale, umano e tecnologico.
p. Orides Balardin

Preghiera per la glorificazione di don Eugenio Reffo
Signore, Padre buono,
con fede ti preghiamo
per intercessione
di don Eugenio Reffo.
Egli per tuo amore
si fece padre dei giovani poveri,
fu sostenitore
della missione della Chiesa
e guida dei chiamati
alla vita consacrata
nella congregazione
di san Giuseppe.
Fa’ che possiamo testimoniare
anche noi il tuo amore
nel servizio dei fratelli bisognosi
e concedici le grazie
che ti domandiamo. Amen.
“Umiliarsi non è avvilirsi, il primo è virtù; il secondo è difetto; umiliarsi sempre, e non basta mai; avvilirsi mai.” don Eugenio Reffo
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