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"Reportage" - Un capitolo tematico


“Con i giovani e per i giovani poveri rinnoviamo la nostra consacrazione come Giuseppini per avere Vita in Cristo”

L’idea di fondo che sta nelle parole che illustrano il tema non è tanto riproporre la questione, forse un po’ ideologica - soprattutto di fronte alla drammaticità della condizione giovanile oggi in ogni parte del mondo - su chi sono i poveri e quali sono i nostri, benché su questa riflessione ci convenga sempre tornare con molta onestà, per non “annidarci” negli spazi già conquistati e magari nelle situazioni educative meno difficili.

La questione di fondo sta, secondo me, prima di tutto in quel “per” e in quel “con” che ci sfidano ad interrogare la nostra vita, le nostre abitudini, le nostre scelte, i nostri modi di essere personali e comunitari per domandarci se davvero noi, come giuseppini, siamo vicini ai giovani, se davvero la nostra vita è per loro, è con loro.

Questo “con” per noi è la traduzione concreta della “prossimità” che Gesù ha vissuto e insegnato: di fronte al dolore dei poveri, di chi gli stendeva la mano, di fronte alla fame di pane e di verità della folla che lo seguiva, delle pecore senza pastore, Gesù “sentiva compassione”. Credo che sia questo il senso profondo del “con”.

Molti di noi hanno ricordi di giuseppini - magari quelli che ci hanno convinto a entrare in congregazione - sempre in mezzo ai ragazzi, capaci davvero di condividere la loro vita e, quindi di capirli di più e di essere capiti come “amici, fratelli e padri” prima di tutto nella “prossimità” del vivere.

Oggi molte situazioni sono cambiate e continuano a cambiare; le istituzioni educative si danno nuove regole ed esigono nuove competenze, si fa anche più difficile, non di rado, per noi trovare il nostro ruolo educativo.

Ecco la prima provocazione del tema, detta in modo un po’ sintetico: noi Giuseppini, oggi, stiamo in mezzo ai ragazzi e ai giovani, o stiamo da un’altra parte?

Il nostro posto è “in mezzo a loro”, con passione e generosità per tutta la vita: “con i giovani e per i giovani poveri”.

Inoltre l’espressione “con i giovani e per i giovani poveri” segnala lo stile proprio della nostra spiritualità pedagogica, chiamata spesso “pedagogia dell’amore”: essere insieme con i giovani e coinvolgerli nell’impegno ad essere accanto e al servizio dei più poveri e bisognosi.

Il nostro, però, non è uno “stare in mezzo” qualsiasi, vuole esprimere la nostra “consacrazione”, perché in questo marchiamo la nostra identità e la nostra differenza.

L’abbiamo detto e scritto più volte, poi alla fine si può anche giocare sulle parole e con le parole, ma il tema capitolare mette in chiaro il punto che la nostra missione in mezzo ai ragazzi e ai giovani esprime in pieno la nostra consacrazione, è il contenuto della nostra consacrazione.

Stare in mezzo ai giovani è il nostro modo di essere “discepoli/missionari”, con la coscienza, costantemente rinnovata, di essere mandati da Gesù e con la possibilità di essere davvero missionari in mezzo ai giovani se la nostra vita esprime il legame profondo che noi abbiamo con il Maestro che ci invia.

A questo si aggiunge quel “per avere Vita in Cristo”, che qualifica il senso della nostra missione in mezzo ai ragazzi e ai giovani, in qualsiasi situazione o condizione ci possiamo trovare noi o loro.

La nostra vita donata a loro chiede di avere sapore di Vangelo, di indicare le strade dove i giovani possano incontrare speranza e senso, confrontandosi con il senso della vita e con la salvezza annunciata da Cristo, se non altro per vederla coerentemente vissuta in noi, che stiamo in mezzo a loro.

In questo modo, vivendo in pienezza il nostro essere discepoli/missionari giuseppini, non solo aiutiamo i nostri giovani ad avere Vita in Cristo, ma noi stessi viviamo e cresciamo in Essa.

Così “rinnoviamo la nostra consacrazione come giuseppini”.

L’ultima specificazione, “come giuseppini”, non è un di più, ma fa parte dell’essen­ziale del tema.

Il riferimento a San Giuseppe, regola parlante della nostra congregazione, per noi non è un contenuto devozionale.

Per noi San Giuseppe, oltre che Patrono, è modello del modo di essere educatori e di consacrare la vita al compimento della volontà di Dio.

E poi c’è il suo “stile” fatto di silenzio, di nascondimento, di fuga da ogni protagonismo (umiltà e carità le virtù caratteristiche della congregazione!), che chiede di stamparsi nel cuore di ogni giuseppino, fino a renderlo capace di dimenticarsi totalmente di sé.

Rinnovare la nostra consacrazione come giuseppini, inoltre, significa considerare e riproporre il nostro carisma fondazionale non solo come criterio “unificatore”, ma anche come criterio “identificatore” della nostra vita.

Da esso, infatti, sgorgano le qualità, gli stili, le caratteristiche della nostra spiritualità, del nostro modo di vivere i voti, di stare insieme in comunità fraterne ma anche aperte ed accoglienti soprattutto per i giovani, gli itinerari e le esigenze dei nostri cammini formativi.

Ecco dunque, in sintesi, il tema del prossimo capitolo generale.

Un tema che mette al centro il carisma fondazionale (con i giovani e per i giovani poveri) come principio unificatore della vita e della consacrazione del giuseppino e ripropone con chiarezza il “fine” dell’azione educativa, il “ne perdantur” del Murialdo (“per avere Vita in Cristo”), che è il nostro modo di stare sul fronte della nuova evangelizzazione.

p. Mario Aldegani

padre generale



Il luogo del XXII Capitolo Generale

Sarà la seconda volta nella storia della Congregazione di San Giuseppe che il Capitolo Generale (CG) avrà luogo fuori dai confini italiani. Dopo il XXI CG tenutosi in Brasile nel 2006, la prossima sede del XXII CG, nel giugno 2012, sarà in Argentina presso la "Casa de Ejercicios Espirituales María Auxiliadora" nella città di San Miguel (provincia di Buenos Aires). La sede è già conosciuta dai Giuseppini e dalla Famiglia del Murialdo infatti nel 2008 si tenne il “Seminario Pedagogico Internazionale”. L’accoglienza ospitale e fraterna delle Opere e delle Comunità della Provincia Argentino-Cilena sicuramente accompagnerà e sosterrà i Capitolari provenienti da ogni parte del mondo “giuseppino”!

p. Alejandro Bazán, vicario generale


“Figlio, tuo padre ed io, angosciati, ti cercavamo.”

E’ l’icona (Lc 2,48) scelta per il XXII Capitolo Generale. In questa nuova rubrica, che ci accompagnerà in questi mesi di preparazione al Capitolo, riporteremo i commenti a questa icona raccolti in un libro pubblicato dalla LEM nell’ottobre 2011 col medesimo titolo. Il primo commento è di p. Cesare Cotemme, intitolato: “figli o genitori... smarriti”.


FIGLI O GENITORI… SMARRITI?

di p. Cesare Cotemme


Quando ci è stato chiesto di suggerire un’icona per il nostro prossimo capitolo generale io ho pensato a Gesù al capezzale della fanciulla morta e al suo “Non è morta, ma dorme”, vedendovi la nostra congregazione, non morta ma semplicemente addormentata.

Ciò premesso, l’icona scelta per me ha senso, se innanzitutto astraggo dalle figure evangeliche di Maria e Giuseppe.

Al posto loro vedo due genitori come tanti tra di noi, che si ritrovano a vivere una situazione non rara e penosa: la fuga di casa di un figlio.

Fa tenerezza la loro angoscia, perché spesso sembrano cadere dalle nuvole! “Come ha potuto fare questo?! Abbiamo cercato di dargli tutto… Sicuramente è incappato in qualche cattiva compagnia!”. E si mobilitano tutti: forze dell’ordine, chiesa, vicinato, amici; si moltiplicano le notizie su face book; e più il tempo passa e più l’angoscia cresce per la paura di un rapimento o di peggio.

Questa può essere la parabola della nostra famiglia religiosa immersa in un mondo che in fatto di valori vola basso. Il vivere tranquillo delle e nelle nostre opere ci ha reso poco vigilanti, poco attenti ai segni dei tempi, come siamo soliti dire. “Chi dice che le cose non vanno? È vero, possono sempre andare meglio, ma non colpevolizziamoci più del necessario. Le nostre scuole tirano; i nostri oratori sono frequentati; le nostre aule di catechismo sono piene e le sacramentalizzazioni sono un grande impegno e una grande festa; pure piene sono le nostre chiese. Se c’è qualche flessione è a causa delle difficili situazioni sociali e famigliari dei nostri giovani. Va beh, si è presi un po’ più dalle questioni economiche, ma…”. Ma intanto diminuiamo di numero e di entusiasmo, schiacciati dal lavoro quotidiano da una parte e dalle pressioni culturali, spirituali, ideali che ci piovono dall’alto.

In questa situazione, e se è questa la situazione, mi viene spontanea la domanda: “Ma abbiano smarrito i nostri figli, i giovani, soprattutto se poveri e abbandonati, o ci siamo smarriti noi?”. Sinceramente a me crea angoscia questo interrogativo. È questa angoscia però che mi spinge a uscire di casa, dalle belle celebrazioni religiose, scolastiche, sportive che si ripetono ogni anno, dalla mia vita non certo povera, e a rimettermi in cammino con la carovana di chi sta fuori della porta della mia chiesa, della mia scuola, del mio oratorio, o di chi sta dentro l’ovile, riempito di tante cose belle, ma troppo poco di Cristo. Troppo poco di Cristo, perché io, troppo preso dalle mie celebrazioni, ho perso l’entusiasmo della mia consacrazione al Padre nella sequela di Cristo casto, povero e obbediente, del mio essere Cristo oggi per i giovani e del mio esserlo in comunità. Siamo una famiglia, dove ci valutiamo secondo criteri di efficienza, dove ognuno cammina per conto proprio, con i “suoi”, e così pensiamo che i nostri figli stiano bene o con l’uno o con l’altro, ma non con noi.

Non sono in questione le nostre opere, perché non sono per i poveri. Tutt’altro. Sono “nostri” i tanti ragazzi della nostra accoglienza, dei nostri centri diurni e/o aperti, delle nostre scuole e dei nostri campi sportivi e ricreativi. No. Siamo noi smarriti. E dobbiamo rimetterci in ricerca del cuore, del destino spirituale e sociale nostro e dei nostri giovani, cuore e destino che è “fuori” delle nostre carovane. Sta là dove c’è qualcuno che ascolta le sue domande esistenziali. “Chi sono? Da dove vengo? Perché questa mia storia? Perché i miei lutti? Perché la mia solitudine? Dove stanno i miei genitori? Perché il mio bisogno di relazioni personali e insieme le mie paure di una relazione stretta? Perché mi date, date cose, e non mi ascoltate, non mi venite a cercare sulle mie strade? Ma la mia vocazione quale è? Ho un senso, una missione da compiere?...”.

Non è che l’angoscia di Maria e Giuseppe fosse proprio l’angoscia per essersi…smarriti, per aver distolto per un momento lo sguardo dal loro Gesù, unico senso della loro strana/straordinaria vocazione, o per troppa fiducia in lui, o perché distratti dai parenti, o per aver ab-usato della fiducia reciproca rinunciando al confronto, al dialogo di coppia… di comunità?!

“Figlio, tuo padre ed io, angosciati, ti cercavamo! Figlio, distraendoci dalla nostra vocazione- missione, ci siamo distratti da te. Ma ora ti abbiamo ritrovato, proprio facendo a ritroso la nostra strada: ritornando al nostro… carisma fondazionale. Ritornando a quel giorno di grazia della nostra vocazione a farci, nel Murialdo e con il Murialdo, grembo del Verbo che prende il corpo del giovane e del giovane povero”. In questo ritorno possiamo far dire, e a buon diritto, al Murialdo tante belle cose, attribuirgli grandi intuizioni ed opere, ma, a ben leggere i suoi scritti e le sue lettere, una sola è la preoccupazione, quel “religiosarsi” coniato già nel 1885, condizione base perché i giovani “ne perdantur”.

Per stare con i giovani e con i giovani poveri, bisogna essere poveri “dentro” {e un po’ di più anche fuori} e stare in comunità di poveri. Come Maria la “serva” del Padre. Come Giuseppe, il povero di tutti i suoi sogni per fare spazio ai sogni del Padre. A questi genitori Gesù obbedisce. In casa di questi genitori Gesù abita. A questi genitori Gesù s’ispira in tutta la sua vita. Questi genitori siamo chiamati ad essere.

p. Cesare Cotemme




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